In morte di Luca Coscioni: nessuno ha un amore più grande di questo
20 febbraio 2006
Nessuno ha un amore più
grande di questo:
dare la vita per i
propri amici.
(Giovanni 15:13)
Luca Coscioni si affacciò alla politica attiva attraverso internet. Era il 2000, e si candidò al primo esperimento – ingenuo forse, imperfetto certo, ma quanto entusiasmante – di elezione online di alcuni membri del Comitato Nazionale di Radicali Italiani. Di lì iniziò un impegno politico, che lo ha condotto fino alla leadership, come Presidente, di Radicali Italiani e alla fondazione dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca. Lo fece mettendo in piazza la sua condizione di malato di sclerosi laterale amiotrofica.
Un malato grave che si impegna in politica: encomiabile, ammirevole, avrebbero probabilmente detto i più. Ma non poterono – e non possono! - dirlo: fu – ed è! - lo scandalo a prendere il posto dell'ammirazione encomiastica.
A causare lo scandalo fu proprio Luca: no, lui non era un malato che decideva di impegnarsi, per quel che poteva, coi limiti della e nonostante la malattia, in politica. Luca Coscioni aveva deciso di usare la sua malattia, il suo dolore - quella malattia e quel dolore che erano, che diventavano sempre di più e progressivamente il tutto di lui - come strumento di lotta politica. Luca Coscioni decise di strumentalizzare la sua malattia. E facendosi la sua malattia sempre più il tutto di lui, decise di farsi sempre più, egli stesso, con tutto se stesso, strumento della politica con il quale combattere la sua buona battaglia. Luca Coscioni decideva, scandalosamente, di lasciarsi strumentalizzare dalla e per la battaglia politica in cui credeva. La sua malattia non veniva da lui accettata, come le persone perbene vorrebbero che fosse secondo l'ordine ipocrita del mondo, come limite ed ostacolo, da mettere in conto per magari poter fare anche politica nonostante essa.
Il gesto di Luca è perentorio: la malattia vuole impadronirsi di lui, e lui risponde cedendole se stesso, tutto se stesso, e così facendo, proprio così facendo, se ne impadronisce completamente, se ne appropria con la conoscenza e la consapevolezza crescenti, la domina, fino a trasformarla, brandendola con la forza inaudita di un'arma potentissima, la sua personale e riconoscibilissima arma nonviolenta con cui combattere la buona battaglia.
Fa questo Luca, ma lo fa aggiungendo scandalo a scandalo: lo fa da Radicale e coi Radicali. Lo fa con l'unico partito che da sempre, in Italia e non solo, ha saputo – accusato paradossalmente di strumentalizzare ora questo ora quello per questo o quell'altro fine – farsi esso stesso strumento e luogo di lotta politica, a disposizione di chi volesse provarsi a condurre la lotta politica con l'arma attiva e potente della nonviolenza, letteralmente dando corpo, il proprio corpo, a quella lotta di libertà.
Scandalo su scandalo. Strumentalizzare la propria malattia, e cioè se stesso, e farsi strumentalizzare dai radicali: può esserci in Italia qualcosa di più tremendo e riprovevole? No, non può esserci. Non a caso Luca ha dovuto pagare cara questa sua scelta. Morto oggi a causa di quella malattia, certo. Ma colpito prima e di più, mille e mille volte, in questi anni, e con pari violenza, dall'indifferenza dei più, dal pietismo ipocrita di altri, dal dileggio di molti, dal compatimento degli imbecilli. Colpito, e da oggi perfino: morto. Ma morto in battaglia. Perché c'è morte e morte. Perché c'è una morte che è cessazione della vita, puro spegnersi, puro spreco di vita inutile. E c'è una morte che è invece dono della vita, che è dare la vita, e dare la vita per i propri amici. Luca oggi è morto: è morto a forza di dare la vita, e di darla per i propri amici. E non c'è amore più grande di questo. Non c'è.
Antonio Tombolini








Grazie Antonio, Grazie Luca
Grazie
Scritto da: Sergio | martedì 21 febbraio 2006 a 09:16
splendido ricordo
Scritto da: Tommaso | martedì 21 febbraio 2006 a 09:17